Referendum per abolire i contributi pubblici all’editoria: è il momento di restituire la parola ai cittadini.

È ufficialmente partita la raccolta firme per promuovere il referendum che propone l’abolizione dei contributi pubblici all’editoria. Si tratta di un’iniziativa che riporta al centro del dibattito pubblico un tema da anni oggetto di forti discussioni: è ancora giusto che i cittadini finanzino con le proprie tasse una parte della stampa italiana?

 

Per molti italiani la risposta è ormai chiara. In un periodo caratterizzato da un costo della vita sempre più elevato, da una pressione fiscale che continua a gravare su famiglie e imprese e da servizi pubblici che necessitano di maggiori risorse, destinare denaro pubblico al sostegno di testate giornalistiche viene percepito come una scelta non più giustificabile.

 

Il sistema dei contributi pubblici all’editoria trova il proprio fondamento in diverse disposizioni normative che si sono succedute nel tempo, tra cui la Legge 26 ottobre 2016, n. 198, recante “Istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”, che disciplina gran parte dell’attuale sistema di finanziamento pubblico destinato ad alcune categorie di imprese editoriali. Nel corso degli anni il legislatore ha più volte modificato criteri, requisiti e modalità di accesso ai contributi, con l’obiettivo dichiarato di garantire il pluralismo dell’informazione e sostenere realtà editoriali considerate meritevoli.

 

Tuttavia, proprio il concetto di “pluralismo” è oggi al centro delle maggiori contestazioni. Secondo i promotori del referendum, infatti, molti quotidiani che beneficiano dei contributi pubblici hanno progressivamente perso quella indipendenza che dovrebbe rappresentare il principale valore del giornalismo. Nell’opinione di numerosi cittadini, alcune testate avrebbero assunto posizioni fortemente schierate sul piano politico, trasformandosi di fatto in strumenti di sostegno a determinate aree partitiche o ideologiche.

 

A questa critica si aggiunge quella relativa all’utilizzo delle risorse pubbliche. Sempre secondo i sostenitori dell’iniziativa referendaria, non è accettabile che denaro proveniente dalle tasse dei cittadini contribuisca al mantenimento di strutture editoriali che, senza tali finanziamenti, avrebbero difficoltà a sostenersi sul mercato. In questa prospettiva, il finanziamento pubblico finirebbe per alterare le normali dinamiche della concorrenza, consentendo la sopravvivenza di imprese che dovrebbero invece misurarsi esclusivamente con il consenso dei lettori.

 

Un altro elemento frequentemente richiamato nel dibattito riguarda le retribuzioni di alcuni dirigenti e direttori di importanti gruppi editoriali. I promotori del referendum ritengono che sia difficile spiegare ai contribuenti perché una parte delle risorse pubbliche possa contribuire indirettamente a sostenere realtà nelle quali vengono corrisposti compensi molto elevati ai vertici aziendali, mentre milioni di cittadini affrontano ogni giorno difficoltà economiche sempre maggiori.

 

La questione assume un significato ancora più rilevante se si considera il profondo cambiamento del mercato dell’informazione. Internet, le piattaforme digitali e i social network hanno rivoluzionato il modo in cui i cittadini si informano. Oggi il lettore può scegliere tra migliaia di fonti diverse e decidere autonomamente quali sostenere attraverso abbonamenti o altre forme di contribuzione. In questo contesto, molti ritengono che debba essere il mercato, e non lo Stato, a stabilire quali giornali riescano a conquistare la fiducia del pubblico.

 

Chi sostiene il referendum evidenzia inoltre un principio di carattere generale: in una democrazia matura, l’informazione dovrebbe essere libera anche dal punto di vista economico. Un giornale realmente indipendente dovrebbe vivere grazie ai propri lettori, agli abbonamenti, alle vendite e alla pubblicità, senza dipendere da risorse pubbliche che, anche quando assegnate secondo criteri oggettivi, possono alimentare il sospetto di una vicinanza tra politica e informazione.

 

Naturalmente esiste anche una posizione diversa. I sostenitori dell’attuale sistema ritengono che i contributi pubblici siano uno strumento indispensabile per garantire il pluralismo informativo, soprattutto a favore delle piccole testate e delle realtà cooperative che difficilmente potrebbero competere con i grandi gruppi editoriali. Saranno proprio i cittadini, attraverso il confronto democratico, a valutare quale modello ritengano più adeguato.

 

La raccolta firme rappresenta quindi un passaggio fondamentale. Firmare non significa necessariamente esprimersi già sul merito definitivo della questione, ma consentire ai cittadini di pronunciarsi direttamente attraverso lo strumento referendario previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana, che attribuisce al corpo elettorale il potere di decidere sull’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente forza di legge.

 

Per questo motivo è importante informarsi sull’iniziativa e, se la si condivide, aderire alla raccolta firme. In una democrazia partecipata sono i cittadini a dover avere l’ultima parola sulle scelte che incidono sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

 

Il referendum rappresenta uno degli strumenti più significativi di partecipazione popolare previsti dal nostro ordinamento. Consentire che siano gli italiani a decidere se mantenere o abolire i contributi pubblici all’editoria significa rafforzare il principio secondo cui le grandi scelte devono essere rimesse alla volontà degli elettori. Se si ritiene che l’informazione debba essere realmente libera e sostenuta dalla fiducia dei lettori, la raccolta firme costituisce l’occasione per portare questa proposta direttamente davanti agli italiani.

 

Il presente articolo è stato scritto nel pieno esercizio della libertà di pensiero e di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.