Soldi pubblici ai giornali: anche il Secolo d’Italia riceve contributi statali. E sono i cittadini a pagarli

Ogni anno milioni di euro di denaro pubblico vengono destinati al finanziamento dell’editoria. Si tratta di risorse provenienti dalla fiscalità generale, cioè dalle imposte versate da cittadini e imprese. Una scelta prevista dalla normativa vigente che continua ad alimentare un acceso dibattito tra chi ritiene tali contributi indispensabili per garantire il pluralismo dell’informazione e chi, invece, ritiene che i giornali debbano sostenersi esclusivamente attraverso il mercato, gli abbonamenti e la pubblicità.

Tra i beneficiari dei contributi pubblici figura anche il Secolo d’Italia, quotidiano esclusivamente digitale dal 2012, che non pubblica alcuna edizione cartacea. La stessa testata dichiara nella propria gerenza di essere “attualmente organo della Fondazione Alleanza Nazionale” e precisa di usufruire dei contributi statali diretti previsti dalla normativa in materia di editoria.

Secondo i dati ufficiali pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Secolo d’Italia ha percepito contributi pubblici per complessivi €. 2.399.633.40 ( e stiamo parlando dei soli ultimi tre anni) nel periodo compreso tra il 2023 e il 2025, così suddivisi:

  • 2023: € 996.834,51
  • 2024: € 935.199,26
  • 2025: € 467.599,63 (rata di anticipo)

Si tratta di contributi erogati nell’ambito della disciplina prevista dal decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e delle disposizioni che regolano il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione.

Il dato economico relativo al Secolo d’Italia rappresenta soltanto un esempio. L’elenco dei beneficiari comprende infatti numerose testate giornalistiche che ogni anno ricevono risorse pubbliche secondo i criteri stabiliti dalla legge.

Il tema, quindi, non riguarda una singola testata né uno specifico orientamento politico. Riguarda tutti i contribuenti italiani.

Ogni euro destinato ai contributi pubblici all’editoria proviene infatti dalle casse dello Stato, alimentate dalle imposte pagate da cittadini e imprese. In altre parole, sono tutti i contribuenti, indipendentemente dalle proprie idee politiche o dalle testate che scelgono di leggere, a concorrere al finanziamento del sistema.

È proprio su questo aspetto che il dibattito pubblico continua a essere particolarmente acceso. Da una parte vi è chi considera i contributi uno strumento necessario per garantire il pluralismo dell’informazione; dall’altra vi sono cittadini che ritengono non più giustificabile l’utilizzo di risorse pubbliche per sostenere economicamente giornali e imprese editoriali.

Su questo tema, peraltro, il dibattito non è soltanto teorico.

È infatti già in corso una raccolta firme per una proposta di referendum abrogativo finalizzata all’eliminazione del finanziamento pubblico ai giornali. Si tratta di un’iniziativa che mira a rimettere direttamente ai cittadini la decisione sulla permanenza o meno di questo sistema di contribuzione pubblica.

Come già illustrato da CittadinoPA in un precedente approfondimento dedicato alla raccolta firme, tutti i cittadini che condividono tale obiettivo possono già aderire all’iniziativa seguendo le modalità indicate nell’articolo pubblicato sul nostro sito.

Al di là delle diverse posizioni politiche, una cosa appare evidente: quando si parla di contributi pubblici all’editoria si parla di denaro dei contribuenti. Per questo motivo è fondamentale che ogni cittadino sia pienamente informato su quali siano le testate beneficiarie, sugli importi erogati e sulla normativa che disciplina tali finanziamenti, così da poter maturare un’opinione consapevole e partecipare, se lo ritiene, agli strumenti di democrazia diretta previsti dal nostro ordinamento.

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